La grammatica del bianco

La grammatica del bianco

Una dichiarazione d’amore per il tennis.
Mi viene spontaneo definire così La grammatica del bianco di Angelo Carotenuto, romanzo di fantasia ambientato durante la vera finale di Wimbledon del 1980.
Warren, un raccattapalle undicenne, mentre racconta le complicazioni della propria vita instabile, ci descrive ogni singolo scambio dell’epico match fra Bjorn Borg e John McEnroe. Idea creativa, magistralmente sviluppata, che coniuga passione e dedizione, che ben bilancia la capacità di cronaca con la limpidezza narrativa, in cui i livelli interpretativi sono plurimi e perfettamente combacianti.

Appena terminato di leggere La grammatica del bianco ho avuto due impulsi.

Il primo, a stento trattenuto durante la lettura e immediatamente soddisfatto non appena finita, è stato di cercare in rete le immagini di quella gloriosa finale, non solo per vedere i ricci e i capricci di McEnroe imbrigliati in una fascetta rossa, l’eleganza vichinga di Borg racchiusa in un colletto blu, le racchette di legno, i tic e le scaramanzie, ma anche per apprezzare visivamente il cambiamento rivoluzionario che il tennis ha subito nell’arco di una sola generazione. Dai fisici asciutti ai corpi scolpiti, dall’eleganza alla potenza, dalla solennità allo show.

Il secondo, più che un impulso, è un desiderio: provare a guardare una finale con gli occhi di un raccattapalle a bordo campo, alla ricerca di analogie fra il tennis e la vita, un po’ come fa Warren dall’alto dei suoi undici anni. Che ci sia Djokovic contro Federer a portata di mano è un vero colpo di fortuna, la finale del Master di Londra è in programma fra poco. Ancora non so cosa scoprirò stando ferma in un angolo della O2 Arena con le palline strette fra le mani e nascoste dietro la schiena. Magari mi renderò conto che visto da lì il tennis è tutto diverso, o forse capirò che nel tennis, come nelle relazioni interpersonali, come nella crescita, come nella vita, è tutta una questione di prospettive, di angolature, di livelli interpretativi sovrapposti che, piano piano e con fatica, si trasformano in realtà.

A rifletterci bene, il bello del tennis è proprio questo, ti dà sempre la seconda occasione. L’errore è una circostanza. Il tennis è come Geppetto che ricostruisce a Pinocchio le gambe consumate dal fuoco.

 

16 pensieri su “La grammatica del bianco

  1. questi “tagli fotografici” in cui inquadrare tutte le manifestazioni sportive oneste e
    che ci insegnano “la vita”, mi affascinano da sempre, se poi sono fatti con questo garbo e amore…

    • Lo credo anch’io. Il tennis, come buona parte degli sport individuali, ci costringe prima a confrontarci e misuraci con noi stessi e poi a rapportarci col mondo circostante. Ci si guarda da dentro e poi da fuori, ogni volta una lezione di vita.
      Grazie.

  2. La finale del Masters alla fine non si è disputata, peccato. Sono un grandissimo appassionato di tennis e non conoscevo questo libro. Prendo nota.
    Un testo molto bello sul tema è “Il tennis come esperienza religiosa” di Wallace.

      • Io li tifo tutti, prediligo Nole e Rafa, ma parteggio spesso per Ferrer, l’eterno secondo, di Wawrinka apprezzo la solidità, di Berdich i ragionamenti che fa, l’unico che non reggo è Murray. Il bello del tennis è che ti viene da tifare per la bellezza del gioco, per le partire combattute e sofferte, a prescindere dai tuoi beniamini.

      • Beh, Roger, Nole e Rafa sono di un altro pianeta. Si può tifare per chiunque dei tre senza sbagliare.
        Ferrer è un modello di professionalità: zero talento ma tanto impegno, umiltà e tenacia. Impossibile non ammirarlo, anche se – diciamolo – il suo gioco è noioso.
        Murray sta antipatico anche a me ma oggettivamente ha tanto talento e ha il tennis per essere tra i migliori. Peccato che non abbia la testa e gli attributi.
        Berdych e Wawrinka sono comprimari allo show. Due gradini sotto i tre fenomeni, non passeranno alla storia ma mi piacciono entrambi.

      • Condivido i tuoi giudizi. E il Nishikori? A me non mi pare sto gran fenomeno. E’ allenato da Chang, che con Lendl giocò un match epico al Roland Garros alla fine degli anni ’80, quando il tennis era ancora uno sport per fisici umani…

      • Ero proprio piccolo ma la ricordo bene quella partita, anche perché poi l’ho rivista più volte. Chang ragazzino che rispondeva da metà campo e faceva impazzire Lendl. Le banane, il servizio da sotto… Quella è storia!
        Nishikori è forte ma non sarà mai un fenomeno. E’ anche fragilino…

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