Tre civette a ferragosto

Si aggirano per il quartiere, nel vuoto ferragostano, turbando la sacra quiete della canicola.

Di piccoli fiori vestite, mai uguali ma sempre in tinta, camminano, al centro della carreggiata, a qualche metro di distanza l’una dall’altra. La più giovane davanti, la più anziana dietro, in fila indiana. Madre e figlia, zia e nipote, cugine o sorelle, non si sa.

Corpi ingombranti e faticosi da portare, parole continue di esortazione o di rimprovero, soste frequenti, per prendere fiato. Fra l’una e l’altra un cane di piccola taglia, beneficiario delle loro infinite premure e dei rimbrotti severi, destinatario delle loro voci appuntite che riecheggiano fastidiose nel paese deserto.

Un terzetto curioso che non si sa da dove provenga, che non si capisce perché se ne stia in mezzo alla strada anche oggi, che è festa del nulla, è riposo.

Attirata dallo stridore vocale, che gli altri giorni, nel frastuono della vita che scorre, non avevo notato, osservo il terzetto dalla tapparella di poco scostata e mi ritorna in mente la filastrocca che mia nonna mi cantava da piccola:

Ambarabà ciccì coccò
Tre civette sul comò

Una cantilena circolare, ripetitiva, priva di significato.
Come il loro vagare.
A ferragosto, mi si perdoni, ci può anche stare.

 

ferragosto

 

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