Salvami *

“Salvami”

E’ poco più di un’eco, una voce barcollante che giunge da lontano.

L’ha sentita nel sonno, o forse no. Si chiede se sia un’innegabile concretezza o solo incosciente immaginazione. Capovolge il cuscino, vuole sentire sul viso la freschezza del cotone pettinato, rinfrescare le guance, rischiarare i pensieri prima di svegliarsi definitivamente dal breve riposo del pomeriggio. Apre gli occhi per un istante e subito li richiude, perché l’eco si fa sentire di nuovo, a più riprese.

Quel “salvami”, sussurrato e instabile, gli risuona nella mente in un modo che già conosce. Gli viene il dubbio che possa essere un ricordo, un momento del passato che riemerge, difficile da collocare nella geografia dei suoi giorni. Prova a concentrarsi, cerca nel passato, scandaglia le sensazioni, il suo personale mappamondo di relazioni e di situazioni. Vuole trovare un volto, un tempo, un luogo per quel sussurro.

Fa caldo, dalla finestra aperta entra l’umidità salmastra che evapora dalle onde. A tratti, rapide folate di brezza agostana muovono il leggero tendaggio e invadono la stanza da letto. I pensieri, di conseguenza, si inumidiscono e si asciugano in successione e lui non riesce a controllarli.

Si alza.

Sul davanzale c’è abbastanza posto per poggiare i gomiti, mettersi comodo e osservare, da una posizione privilegiata, la piccola spiaggia isolana. Gli piace farlo ogni giorno, ondeggiando sulle sue gambe lunghe, sotto il sole delle tre. Pochi i turisti, molti gli abitanti del luogo che lui conosce da trent’anni, cioè da quando, poco più che bambino, i suoi genitori comprarono la casa bianca e azzurra incastonata nella roccia. La casa che ora è sua.

Mentre pensa a quegli anni di gioventù, mentre ricorda se stesso ragazzino, lo vede lì, sotto i suoi occhi, il rullo di salvataggio per i bagnanti imprudenti. Quasi un cimelio, arrugginito e scrostato, vessillo storico di quella baia. Lo osserva a lungo e capisce. Lo fissa intensamente e ricorda. Niente di nitido, nessun dettaglio, non riemerge la trama. Solo qualche fotogramma sconnesso, di una mano che esce dall’acqua, di una donna che rischia di annegare, di lui e di suo padre che si gettano fra le onde e la salvano dal mare. Dello stupore, realizzato solo in seguito, perché la parola gridata non era “Aiuto”.

E perché non era un grido, ma un sussurro: “Salvami”.

(* lato a)

Salvataggio1

12 pensieri su “Salvami *

  1. quello che mi chiedo, guardando la foto, è se è nato prima il rullo o prima il racconto, io credo contemporaneamente.
    hai una buona aggettivazione, che identifica la situazione: quel “salvami, sussurrato e instabile” è ancora solo nella mente dell’uomo, manco sa se è sogno o ricordo, ma tu con i due aggettivi ci anticipi un mare di notizie essenziali.
    e adesso aspetto di leggere la versione di lei.
    ciao,
    ml

    • Ormai mi consci bene ml. Il racconto è nato nel momento in cui ho visto il rullo, così invitante nella sua emblematicità, così evocativo. L’aggettivazione è spontanea, forse per via di quell’instabilità endemica che mi viaggia parallela e di quell’essenzialità che nel mio mare non si disperde, anzi, si concentra.
      Lei ancora non ha preso forma, ma una di queste notti apparirà. Grazie.

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