Storia di Said nelle scarpe coi tacchetti

Le scarpe coi tacchetti gliele hanno regalate. Sono quelle dismesse di un bambino italiano, consumate dall’uso, stanche per tutti i chilometri corsi sui campi di terra indurita. A Said calzano larghe, teme di perderle mentre corre e oggi, più di altre volte, fatica a stringersi i doppi nodi intorno alle caviglie perché i lacci, troppo asimmetrici e sempre più lisi, gli scivolano fra le mani. Non vuole più che gli capiti come quella volta in cui, sull’erba umida e vischiosa, nel tirare un forte calcio al pallone la scarpa destra gli volò via, iniziando a ruotare pericolosamente nell’aria fra lo spavento e le risate dei bimbi che correvano al suo fianco.

Ha solo sette anni Said e da pochi mesi è arrivato in Italia. Non parla la nostra lingua, le istruzioni del suo Mister sono per lui messaggi incomprensibili. Eppure in campo sa quel che deve fare, si affida all’istinto e raramente sbaglia.

Gli mancano la conoscenza dell’ambiente e l’affiatamento coi compagni.
Quel che non gli manca è il coraggio. Lo dissemina sul campo ad ogni falcata, imponendo una personalità che, ai più, incute rispetto.

Solo qualche bullo prova a prenderlo in giro, soprattutto per via dei suoi occhiali da vista rettangolari e un po’ sghembi che Said lega dietro le orecchie con una cordicella di elastico rosso. Non reagisce alle provocazioni, ignora chi lo canzona, non ha tempo per le cose inutili Said. Pensa solo a giocare, a dare il meglio di sé, a farsi vedere dal fratello più grande che dalla tribuna lo incoraggia.

E’ gracile questo cucciolo magrebino, due spalline da uccellino, le gambe da stambecco, i piedi magri dentro scarpe troppo larghe. Smuove
tenerezza, ma anche ammirazione perché la determinazione di Said, il suo
coraggio e la sua forza hanno più di sette anni; sono risorse adulte cresciute
troppo velocemente dentro il corpo di un bambino.

scarpe coi tacchetti

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16 thoughts on “Storia di Said nelle scarpe coi tacchetti

  1. non so che libro sia e nemmeno che racconto descriva…le scarpe,il segno catartico di una modalità,le avevo nella foto di carnevale degli anni settanta,vestito da zorro con mio fratello zorro anche lui,scarpe deformate e consunte,io Antonio non Said,…è triste rivedere le stesse scarpe scapate…scarpate dalla società a prescindere…se non averle indossate!(e correre dietro a un pallone non fa differenza).

  2. No ho conosciuti tanti. 50 anni fa si chiamavano Rocco o Salvatore o Calogero ,oppure con altri nomi usati al Sud, ma inusuali al Nord.
    Alcuni sono diventati ottimi calciatori, ma soprattutto sono tutt’oggi persone per bene. Qualcuno è sparito altri sono tornati ai loro paesi. Qui al nord oggi Calogero Salvatore ed altri dovrebbero tifare per Said. Said è il futuro, le scarpe dismesse in fondo servono per andare avanti. Paradossalmente potremo dire vai avanti tu, che io sono stanco, non ho più slancio.
    Un abbraccio
    Giancarlo

    • E’ vero Giancarlo, in quelle scarpe dismesse ci sono un po’ gli anni sessanta del nostro Paese. Gente operosa e tenace capace di farsi apprezzare per la serietà e l’impegno. In fondo la storia si ripete, fa il giro del mondo e poi ritorna. Grazie per questo bel contributo. Ricambio l’abbraccio.

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