L’estranea

Di pagine ne ha trecento e le prime centocinquanta bisognerebbe saltarle. La lentezza è esasperante, i pochi personaggi sono privi di interesse, la trama non c’è. L’estranea è una vera sfida: insistere nella lettura o riporlo nella libreria insieme ai libri indigesti?

Non mi va di rinunciare a McGrath, mi piace la sua prosa, asciutta e pulita, e so che, se vuole, è capace di imprigionare il lettore.

Resisto, proseguo e infatti, quando le pagine racchiuse nella mano sinistra iniziano ad essere più di quelle che stringo con la mano destra, repentinamente e senza preavviso, spunta il Patrick McGrath che ricordavo, lo scrittore inglese di Follia, la penna capace di tradurre in romanzi le complicate vicende della psiche malata.

Ritrovato lo scrittore che conoscevo, la seconda parte del libro si polverizza fra le mie mani.

Gli ingredienti di McGrath ci sono tutti: l’insania, le morti violente, i legami famigliari sbagliati, la voce narrante che legge se stessa interpretandosi. E poi, come sempre, compaiono tutte le forme dell’amore malato: quello patologico, quello vendicativo, quello incondizionato, quello che si illude di poter sconfiggere il male.

Non c’è rimedio possibile quando la mente ondeggia in stanze buie, non c’è amore salvifico quando l’autodistruzione prevale sulla ragione.
Non è un libro che consiglio a tutti, è un romanzo delle cose irrimediabili, bisogna esserci portati.

Gennaio sta finendo, il tempo è lugubre, come una sirena sento risuonare il seducente richiamo di Murakami….

L’inconscio di Costance era una cantina umida e muffosa che ospitava vari archetipi punitivi.

L'estranea

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