Cronaca di un suicidio

Quanta tristezza nell’ultimo romanzo di Gianni Biondillo.

Già pregustavo una delle solite indagini intricate con protagonista il Commissario Ferraro coadiuvato dall’ineffabile Ispettore Lanza, magari giostrata su archi temporali diversi e farcita di tutta l’ironia di cui Biondillo è capace.

E invece mi ritrovo fra le mani un libro estremamente lineare, semplice, prodigo di contemporaneità. Una trama d’attualità sul disagio e l’impotenza di chi vive in condizioni economiche precarie e di chi, da benestante, si ritrova all’improvviso indigente.

Un giallo lento, senza ritmo, rassicurante.

Il Geometra Tolusso, uomo onesto e modesto che per campare scrive sceneggiature di fiction, è oberato da una montagna di debiti involontari, provocati da altri e dal caso. Ce la farà a reggere l’impatto devastante di tanta malasorte?

Le pagine di Cronaca di un suicidio sono un crescendo costante d’angoscia: le cartelle esattoriali recapitate dal postino, il conto del condominio con gli arretrati, i contributi erroneamente non versati, lo stipendio che non arriva mai ed una moglie cieca e bisognosa di protezione che vive dall’altra parte della penisola. Ci si immedesima così tanto con il dramma di Tolusso che si arriva a condividere l’ipotesi del suicidio come unica via d’uscita possibile.

Qualcuno dirà: ma con un titolo così, cosa ti aspettavi?

Mi aspettavo di non essere delusa da Biondillo e infatti con il colpo di coda finale, tagliente e imprevedibile, l’autore riscatta il romanzo e spazza via la tristezza.

E’ tanto volatile la nostra memoria che ha bisogno di essere ancorata ad una pietra.

Cronoca di un

La verità sul caso HQ

La verità sul caso HQ

Non si può partire per le ferie senza portarsi dietro il best seller dell’estate, anche se La verità sul caso Harry Quebert pensa ottocento grammi e rischia di farti sballare il peso della valigia al check in.

Ottocento grammi per ottocento pagine. Numeri che scoraggiano, non solo perché sono certa che un tale peso, sfogliato in spiaggia, risveglierà la mia tendinite al braccio sinistro, ma perché dubito di reggere una tale mole di parole sotto il sole cocente di Tharros, spiaggia dal mare turchino abbracciata dalle incantevoli rovine fenicie del VII secolo a.C.

E invece lo polverizzo in una manciata di giorni perché un collante potentissimo mi tiene attaccata al libro; mi immergo senza sosta in questo giallo retrodatato nel tempo in cui vorticano decine di personaggi, di situazioni, di ricordi.

Uno scrittore d’oggi indaga, per amicizia e lealtà, su uno scrittore di ieri accusato di un truce omicidio. Ogni pagina è un inganno, ogni personaggio mente, persino le ricostruzioni dei fatti sono mendaci. La sa lunga Joël Dicker, il giovanissimo autore svizzero che si prende gioco del lettore trattandolo come si trattano i bambini un po’ ingenui, con astuzia e accondiscendenza.

E quando, raggiunti i tre quarti del romanzo, ti viene da pensare: “Eh no caro Dicker, ti ho fregato, adesso ho capito tutto!”, basta una pagina in più per renderti conto che non avevi capito niente, è lui che ha fregato te.

Mi rimane un dubbio, una piccola falla nella trama, un passaggio illogico che non so spiegarmi. Forse è colpa della lettura vorace, del sole di Tharros o della tendinite prevedibilmente dolente. Mio marito, che l’ha trangugiato come me sotto lo stesso sole, ha il medesimo dubbio.

Devo confrontarmi con qualcun altro. Aspetto che lo legga la Lisa.